La storia. Approfondimento

La tragedia della battaglia di Adua (1896), pur implicando un ridimensionamento dell’attività esplorativa, non compromise l’autorità e la fama della SGI; essa rimase il riferimento più autorevole per i viaggiatori, ai quali cominciò a venir offerta con sempre maggiore frequenza la possibilità di illustrare le proprie esperienze “esotiche” nel corso di conferenze tenute nella sede sociale[5], sempre molto frequentate dai personaggi politici più influenti, esponenti dell’aristocrazia, compresi i membri della famiglia reale, ambasciatori, scienziati, uomini di cultura. Questi incontri divennero uno degli appuntamenti più ambiti delle serate romane, sia per i conferenzieri-viaggiatori sia per il pubblico, tanto che la tradizione si rinnovò con grande successo per un lungo periodo. Ne risultò un grosso incremento delle collezioni fotografiche, in virtù della consuetudine di lasciare in sede le diapositive proiettate nel corso delle conferenze[6]; anche i contenuti cominciarono a diversificarsi, in ragione della varietà delle destinazioni dei viaggi, sempre più originali e lontani dall’Africa.

L’interesse nei confronti del continente africano ritornò al centro dell’attenzione della SGI nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale, con l’avvento del fascismo; l’Africa non era più semplicemente da esplorare, ma doveva essere studiata nella prospettiva coloniale. Di conseguenza, mutò anche il profilo di coloro, non molti in verità, che ebbero il supporto del sodalizio per l’organizzazione dei viaggi: non più spavaldi esploratori o romantici viaggiatori, ma scienziati inviati in missioni di studio in Eritrea, Somalia e soprattutto Libia, anche grazie ai contributi garantiti dal governo fascista, che ebbe nei confronti della SGI un atteggiamento particolarmente invasivo[7].

La fine della Seconda Guerra Mondiale aprì per il Sodalizio un periodo in cui il “glorioso” passato era sempre più solo un pallido ricordo: il suo prestigio venne meno, anche per effetto del declino del sistema politico con il quale si erano stabilite innegabili connivenze nel corso del Ventennio. Le conseguenze furono evidenti in tutte le attività sociali, costrette a un brusco ridimensionamento: la SGI si caratterizzò sempre più in maniera esclusiva come un centro di documentazione e, anche se in maniera limitata, di divulgazione. A simboleggiare la situazione del Sodalizio concorreva lo stato di abbandono in cui versava la sede, dal 1924 trasferita nell’attuale residenza di Palazzetto Mattei in Villa Celimontana.

Ritenute scomode testimonianze di una storia che si voleva a tutti i costi dimenticare, le raccolte fotografiche furono completamente abbandonate e terminata qualsiasi attività di valorizzazione eccezion fatta per un primo riordino del materiale fotografico compiuto a partire dal 1945 da Enrico De Agostini allora Segretario generale della Società Geografica il quale compilò un elenco sommario delle sole fotografie positive.

Altra importantissima occasione di accrescimento delle raccolte fotografiche fu il lascito deciso nel 1951 da Giotto Dainelli[8]. Egli fece dono alla SGI di tutte le sue negative fotografiche (circa 18.000), che confluirono in un fondo a lui dedicato. Si tratta di materiali molto importanti non solo dal punto di vista della documentazione scientifica; essi sono unici anche per la qualità degli scatti. Secondo il parere dell’allora presidente della SGI, Orazio Toraldo di Francia[9], la raccolta fotografica sarebbe certamente stata utile «agli studiosi che vi potranno attingere elementi di utilità molto grande, ma essa rimarrà più che altro a testimoniare davanti ai posteri la multiforme attività di geografo, esploratore ed artista di Giotto Dainelli»[10]. Quanto donato da Dainelli subì la sorte dell’intera documentazione iconografica dell’Archivio fotografico: dimenticata in attesa di poter risorgere a nuova vita.

Ma l’attenzione per le collezioni fotografiche coincise con l’elezione a Presidente della SGI di Gaetano Ferro (1987): nel corso della sua prima visita ai locali della sede fu colpito da «un notevole numero di cassette, scatole, scatoloni e vari contenitori [...] nei quali si trovavano lastre, pellicole fotografiche e loro spezzoni, fotografie di vario formato e cartoline»[11]; impressionato dallo stato di abbandono in cui versava questo materiale, il nuovo presidente ne incoraggiò il recupero, aiutato dall’impegno dell’allora Segretario generale Franco Salvatori (dal 1997 Presidente della SGI) e dalla dedizione di Maria Mancini.

Merito della Mancini l’aver coordinato il riordino, la sistemazione e la parziale catalogazione dei fototipi: tutto ciò che si era accumulato nel corso del periodo d’oro della SGI (i primi ottant’anni) è stato collocato all’interno di un unico grande fondo, definito Fondo storico, accuratamente suddiviso in piccole sezioni denominate lotti e identificate con un numero di riferimento; secondo lo stesso metodo sono stati suddivisi in lotti anche il Fondo Giotto Dainelli e un terzo fondo, il Fondo Elio Migliorini, costituitosi grazie alla donazione fatta dalla famiglia dello studioso nel 1992, qualche anno dopo la sua scomparsa[12].


[5] Nel 1892, essa era nuovamente cambiata: dal Collegio Romano si era passati a Palazzo Grazioli, in via del Plebiscito.

[6] Molto spesso le illustrazioni venivano anche pubblicate sul Bollettino, all’interno degli articoli redatti in occasione delle conferenze.

[7] Nel luglio del 1928, il Ministero dell’educazione nazionale sciolse il Consiglio direttivo della SGI; da allora e fino al momento della liberazione di Roma, la SGI fu commissariata.

[8] Giotto Dainelli nacque a Firenze nel 1878. Dopo la laurea in Scienze Naturali all’Istituto Superiore di Firenze (stessa facoltà e stessa sede di Olinto Marinelli), insegnò Geografia a Pisa e Geologia prima a Napoli e poi, dal 1924, a Firenze. Conservò l’incarico nella sede fiorentina fino al 1944 quando, nominato direttore dell’Accademia d’Italia, seguì Mussolini a Salò. Dopo la guerra riprese l’insegnamento conservandolo fino al compimento dei 75 anni (1953). Morì a Firenze nel 1968. La sua produzione scientifica e divulgativa comprende circa 600 titoli; un dettagliato resoconto è in «Bollettino della Società Geografica Italiana», Roma, 1954, pp. 167-251 e 1969, pp. 1-4. Riferendosi alla sua attività, Dainelli così si esprimeva in una lettera indirizzata il 30 dicembre 1966 al suo fidato amico Giuseppe Vedovato: «ho chiuso la mia lunga giornata di lavoro (circa 40.000 pagine stampate, orribile solo a pensarci!)». Cit. in G. Vedovato, Giotto Dainelli tra scienza e politica, in «Rivista di Studi Politici Internazionali», Roma, n. 3, 2009, pp. 381-421.

[9] Lasciato il servizio per sopraggiunti limiti d’età con il grado di tenente generale, Toraldo (nato a Tropea nel 1884) assunse la presidenza del Sodalizio nel 1945 e la mantenne per i dieci anni successivi.

[10] Archivio della SGI, Fondo Giotto Dainelli, Corrispondenza con Orazio Toraldo di Francia, lettera del 6/12/1951.

[11] Questo ricordo è inserito all’interno della Presentazione anteposta al volume di M. Mancini, (a cura di), Obiettivo sul mondo..., op. cit.

[12] Elio Migliorini, nato a Rovigo nel 1902, conseguì nel 1924 la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Roma. L’incontro con Roberto Almagià, uno dei caposcuola della geografia italiana, lo indusse a mutare i suoi interessi verso questa disciplina, per la quale conseguì la libera docenza nel 1935. Ebbe dapprima incarichi d’insegnamento di geografia nelle Università di Roma (dal 1938, al posto di Almagià, allontanato dalle leggi razziali) e successivamente di Firenze; nel 1942, vinse il concorso per la cattedra di geografia politica ed economica nell’Istituto universitario orientale di Napoli. Migliorini rientrò a Roma solo nel 1966, dove insegnò ancora per circa un decennio. Si spense in questa città nel 1988.