Collezione Stradelli

Durante il suo soggiorno tra Manaus e il Rio Purús nel 1888-1889, Ermanno Stradelli scriveva alla Società Geografica Italiana: «Avrei voluto riunire una rapida relazione sul Purus, ma il lavoro me ne ha impedito. Sono fotografo e mi devo prima di tutto al pubblico che paga. Così va il mondo», e ancora si legge: «visto che per il momento sono fotografo invece di relazioni le rimetto delle fotografie» (4/3/1889). [Archivio storico della SGI, Busta IV, fasc. 10 e fasc. 26].

Sono infatti conservate presso l’Archivio fotografico diverse interessanti immagini dell’Amazzonia (Rio Negro, Rio Branco, fiume Acre, fiume Purús, Manaus) di persone e di luoghi raccolte durante la permanenza del conte fra le tribù delle selve amazzoniche.

Raccolti in un album 53 aristotipi (lotti 11/1 e 11/2), sei dei quali recano, sul recto del supporto primario, in basso, l’acronimo dell’autore: “E. Str.”. Tutti i positivi presentano gli angoli ritagliati a mano. Dattiloscritte nel verso dei fogli dell’album la provenienza (Fotografie del conte Ermanno Stradelli), la data di ripresa e una didascalia per ciascuna immagine.

Sono inoltre presenti 30 stampe all’albumina (lotto 227) montate su cartoncini in cui, sotto il margine inferiore, ci sono le didascalie manoscritte.

Infine, accompagnata da una lettera di E. Stradelli (Archivio amministrativo, busta 21, fasc. 2, c. 245), 1 positivo, albumina su carta (lotto 228) che riproduce un panorama composto da 5 fotogrammi, relativo all’esplorazione dell’Alto Orinoco. Dalla lettera di Stradelli (datata 7 agosto 1887) si deduce che la fotografia faceva parte presumibilmente del corpus di 160 fotografie che l’autore dichiara di non poter inviare alla SGI poiché privo di mezzi adeguati per un trasporto sicuro.

Stradelli era riuscito a porsi in un rapporto assai particolare con gli indii che lo chiamavano “figlio del Gran Serpente”, nome che egli si meritava perché realizzava fotografie, essendogli attribuito il potere di far nascere gente, solamente battendo le mani. (Stradelli E., L’Uapés e gli Uapés, in BSGI, 1890, p. 440). Grandi erano gli atti di ammirazione nei suoi confronti, quando mostrava al microscopio quegli animalucci che popolano la folta chioma degli indii (Stradelli, op. cit., p. 443).

Riportiamo di seguito un brano di Stradelli sulle tecniche fotografiche da lui utilizzate:

«Colla fotografia fu più difficile; e se non era un caso fortuito che mi fece ottenere di poterli ritrarre, non vi serei mai riescito. Mi servivo dell’incomodo processo al collodio e fissavo al cianuro. In Jauareté, dove ero giunto senza aver potuto tirare la fotografia di un solo Indiano, per quanto avessi fotografato i frati e i loro discepoli in tutte le maniere possibili, montai la tenda che mi serviva da gabinetto oscuro vicino alla casa del tuxàma Mandù, e presi le vedute della cascata del villaggio. La mattina dopo il mio tuxàua viene e mi domanda veleno per le formiche. Protesto che non ne ho. Egli mi dice rotondamente che mento; m’inquieto, e allora lui mi conduce dove il giorno prima avevo montato la tenda, e là sul luogo, con un gesto grandioso, da melodramma, mi indica il campo seminato di morti. […] Il caso aveva voluto che montassi senza accorgermi, il gabinetto scuro sopra un formicajo, e naturalmente, dove il cianuro era giunto, aveva fatto il suo dovere. Avevo già fatte le fotografie che desideravo e non volevo privarmi del cianuro, di cui no possedevo troppa quantità; quando mi balenò un’idea […]. Stradelli in cambio della soluzione di cianuro da utilizzare come veleno per le formiche ottenne di fotografare molti gruppi di persone. Questo fu tutto lavoro perduto. Stradelli aveva posto tutti i clichès in una cassetta che fu visitata dai copins (insetti tropicali) le cui secrezioni corrosive pulirono tutta la superficie impressionata ed emulsionata, rovinandola completamente». (Stradelli, op. cit., pp. 443-444).

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